FOOTBALL HISTORY SOCIETY

'Una generazione che ignora la storia non ha passato…né futuro.' (Robert Anson Henlein). La foto è del 1909 e riguarda la finale della Lipton Challenge Cup, la prima in assoluto. E’ il 12/04 e si gioca al campo Notarbartolo del capoluogo siciliano. Ad opporsi al Palermo FBC è il Naples FBC (maglia a righe), che si aggiudicherà il trofeo (2-4 il risultato finale). I rosanero si rifaranno l’anno dopo e nei successivi, prevalendo sugli stessi partenopei e sul Messina. Osservando lo scatto salta agli occhi un particolare: si vede un signore che sta riprendendo il match in posizione elevata. Si chiamava Raffaello Lucarelli, professione 'cinematografaro'. Il giorno dopo, nella sala 'Lumiére Edison' di Piazza Verdi n. 58, hanno visto la gara intera. Io non c’ero, ma si stava facendo la STORIA. La facevano per NOI. Photo colored by Dario Romano - Football History Administrator. #palermo #palermocalcio #uscittàdipalermo #uspalermo #rosanero #napoli #naplesfbc #sscnapoli #partenopei #liptoncup #liptonchallengecup #coppalipton

IL MIRAGGIO DI BERNA. Berna, 04/07/1954. Valentino Mazzola si rimbocca le maniche: è il segnale. ‘Il colonnello’ Puskás ha portato in vantaggio i magiari e bisogna scatenare l’inferno. É passata alla storia come IL MIRACOLO DI BERNA, quella finale mondiale. Ma in campo non c’era l’ITALIA, bensì la GERMANIA OVEST che si aggiudica il suo primo alloro contro la squadra d’oro. ARANYCSAPAT fa venire i brividi, agli amanti del calcio. Un’eterna incompiuta. Non era male, la nazionale teutonica guidata da Fritz Walter ed Helmut Rahn, doping a parte. Molto meglio quella che vent’anni dopo torna a vincere contro l’altra grande favorita di turno: l’ARANCIA MECCANICA di Johan Cruijff e del calcio totale. Pensateci: non scherzava Lineker quando diceva che ‘22 uomini rincorrono un pallone per 90 minuti e alla fine la Germania vince’. Aggiungerei SENZA GLI AZZURRI CONTRO. Siamo il loro incubo. E passiamo alla tragedia. VIRGINIO ROSETTA è considerato il primo calciatore professionista del paese. Ha trionfato con i leoni bianchi di Vercelli ma è con Juve e Nazionale che ha inciso il suo nome tra le pietre miliari del nostro calcio. Il quinquennio bianconero e il primo titolo mondiale lo vedono in campo in mezzo agli altri due membri della filastrocca che inizia con COMBI e finisce con CALIGARIS. Poi perde il derby col TORO dopo aver appeso le scarpe al chiodo. Un gioco di sguardi preludio di una trattativa lampo. Il match che vede il VENEZIA strapazzare i granata scucendogli uno scudetto dal petto prosegue prima in tribuna e poi negli spogliatoi. Lo vince Ferriccio Novo e così quei satanassi che imperversano in maglia verde non faranno grande la Juve: sarà GRANDE TORINO. Il campionato se lo aggiudica la ROMA, per la prima volta. il VENEZIA è terzo. Ma a spiccare sono i veri primi della classe. EZIO LOIK era un campione. VALENTINO MAZZOLA molto di più. Poi, toccherà al diavolo metterci lo zampino. Siamo entrati in guerra con due titoli mondiali e potevamo uscirne con altrettanti. Sarebbero serviti eccome, all’ITALIA tutta, devastata e vituperata. Ma il MARACANAZO sarà celeste e non azzurro. Ci voleva un VERO MIRACOLO, a SUPERGA. Arriva sotto mentite spoglie a BERNA. GRANDE ITALIA contro GRANDE UNGHERIA? Solo un MIRAGGIO. Article by Dario Romano - Football History Administrator. #football #soccer #calcio #venezia #veneziafc #torino #grandetorino #actorino #torinofc #valentinomazzola #mazzola #ezioloik #seriea #coppaitalia

DALLA DANIMARCA CON FURORE. La classe fuori controllo. Attaccante, Bronée esplode nella squadra francese del Nancy . Nel 1950 viene ingaggiato, per 40 milioni di lire, dal Palermo del Principe Raimondo Lanza di Trabia, che lo ha scoperto durante un suo viaggio di piacere assistendo alla partita contro il Grenoble. Volle portarlo a tutti i costi in Sicilia. Era lui a palleggiare nei salotti della dimora principesca? Era lui 'RAGGIO DI LUNA'? No, piuttosto un fulmine a ciel sereno. Ben presto entra in contrasto con l'allenatore dei rosanero Gipo Viani: durante una partita, la sua squadra per difendere il pareggio si chiuse a catenaccio e lui, non gradendo, si spostò in difesa fino a realizzare una clamorosa autorete. Negli spogliatoi fu poi preso a botte dal suo allenatore (episodio tuttavia da verificare, dal momento che le statistiche non menzionano sue autoreti). Ma anche fuori dal campo aveva un carattere indisciplinato, che ben presto gli causa antipatie all'interno della società; anche per questo gioca in rosanero solamente per due stagioni (1950-1951 e 1951-1952) totalizzando 70 presenze e segnando 22 reti. La sua carriera prosegue nella Roma, ma anche qui il suo carattere rissoso gli crea qualche problema: dopo un Roma-Inter fra lui e il suo compagno di squadra Arcadio Venturi, sorge un diverbio culminato con il lancio di una scarpa sulla faccia di un dirigente di riguardo, il dottor Campilli, figlio di un ministro. Bronée viene messo fuori, ponendo così termine alla sua avventura in giallorosso. Nel 1954 approda alla Juventus, dove rimane una sola stagione totalizzando 29 presenze e 11 reti. Nel campionato successivo va a concludere la sua parentesi italiana nel Novara. In Italia ha totalizzato complessivamente 197 presenze e 55 reti in massima serie. Sicuramente uno dei primi veri fuoriclasse ad indossare la maglia rosanero. Se non condizionata dai limiti caratteriali, la sua carriera avrebbe potuto essere ben diversa. Chiude con il B 93, nel suo paese natale. Cruijff sosteneva che i danesi si adattano in fretta e imparano presto le lingue. Ed è così che dalla fredda Danimarca ti ambienti a Palermo: Bronée e Simon Kjær gli danno ragione. Nel calcio, in Danimarca, c'è del buono e non del marcio? L’eleganza non è farsi notare, ma farsi ricordare. Helge Bronée fuori dal campo non era uno stinco di santo, ma nel rettangolo verde… Priorità al gesto tecnico, classe sopraffina, la bellezza a scapito della potenza. Ma, come un Dio dell’Olimpo, tanta grazia ma anche tanta ira. E dopo aver infuocato i cuori degli astanti, si incendiava tutto il resto, compresa una carriera che non è stata come avrebbe potuto essere. Anche gli Dei sanguinano. Helge Christian Bronée. US PALERMO (1950 - 1952) 70 / 22. Photo colored & article by Dario Romano - Football History Administrator. #football #soccer #calcio #palermo #palermocalcio #uscittàdipalermo #uspalermo #helgebronée #bronée #seriea #serieatim #serieb #seriebkt

ROSSO COME IL CIELO. Il Perugia: la prima squadra a chiudere un campionato di massima seria imbattuta, chiudendo seconda nel 1978-1979. Il club che gioca in uno stadio che porta il nome di chi in maglia rossa ci ha lasciato proprio la pelle. 'Scusa Ameri, qui a Perugia si è accasciato Renato Curi'. Una storia tinta di rosso, che è il colore dell’amore e della passione. Ti fa ballare forte il cuore, proprio contro la Signora bianconera. Con una rete le scuce lo scudetto per regalarlo ai granata. Poi il diavolo ci mette lo zampino: a Perugia ancora la JUVE nel giorno dell'appuntamento col nefasto destino. RENATO CURI vola in cielo col la maglia rossa addosso. Lei, più nera che bianca, sotto quello stesso cielo un giorno ci annegherà: un diluvio memorabile. Dario Romano - Football History Administrator. #football #soccer #calcio #perugia #acperugiacalcio #acperugia #perugiacalcio #grifoni #renatocuri

LA LEONESSA. 'Se famo er 3-3 vengo sotto la curva!' Quando penso alle rondinelle vedo la corsa di Mazzone sotto la curva del Rigamonti, settore ospiti (30/09/2001). Chiuso il primo tempo sul 3-1 in vantaggio, i tifosi dell’Atalanta prendono di mira il mister romano che più capitolino non si può. Cori contro la sua famiglia, la sua città: troppo per ‘un core de Roma’. Dice di avere un gemello impulsivo: macchè, il Carletto che sfida gli orobici come Cesare ad Alesia è quello autentico. 'Buttame fuori, me lo merito' all'arbitro Collina e si chiude il sipario. Quel giorno la scena non è stata tutta sua, ma anche e soprattutto del DIVIN CODINO. Con gli dèi tutto è possibile ed è tripletta al 92’ su punizione: il calcio è un romanzo. Le pagine indelebili le scrivono quelli come lui: ne ha scritte di tutti e per tutti i colori, dove spicca l’azzurro. Ma la LEONESSA D' ITALIA annovera altri piedi fatati tra le sue fila: penso ad Evaristo Beccalossi, prodotto di casa con cui 'si giocava in 10 o in 12', a Corini non ancora ‘Genio’, al ‘Pep’ Guardiola per qualche scampolo di partita, Gheorghe Hagi, il Maradona dei Carpazi ‘futbolista de raza’ e Andrea Pirlo, che proprio con Baggio al fianco ha giocato una decina di match. Luca Toni a Brescia ha iniziato la sua parabola ascendente decidendo cosa fare da grande ed ecco il lungagnone nazionale. Ma il calcio a Brescia è soprattutto quella maglia azzurra con la V bianca: trasmette forza e terrore. Come uno scudo spartano. Come una LEONESSA. Article by Dario Romano - Football History Administrator. #football #soccer #calcio #bresciacalcio #rondinelle #carlettomazzone #robertobaggio #lucatoni #seriea #serieatim #serieb #seriebkt

ZEMANLANDIA. Milanello, fine anni ’80. Arrigo Sacchi si gode il suo appuntamento fisso, ad ogni allenamento del Milan. Una partitella che dura 15 minuti, non di più perché la stanchezza non darebbe senso all’esperimento. Schiera da una parte la difesa titolare: Galli in porta, Baresi e Costacurta centrali, Tassotti e Maldini terzini. Dall’altra: tutti i restanti rossoneri titolari più le quattro riserve della difesa escluso il portiere (e ci mancherebbe altro). Vuole dimostrare a van Basten e soci che una difesa perfettamente organizzata è capace di tenere testa ad una squadra farcita di campioni. E così sarà, sempre: non hanno mai fatto goal. La zona non l’ha inventata l’Arrigo, ma il suo avvento ha dato una ventata d’aria fresca a tutto il calcio, non solo il nostrano. Mentre fino a ieri si cercava di imitare il tiki-taka, allora divennero tutti zonisti. Un sistema di gioco che non deve trarre in inganno: quel Milan era uno spettacolo, ma non dimentichiamo quali erano i campioni che ne facevano parte. La vera novità riguarda il sistema difensivo: la zona schierata con il 4-4-2 copre tutto il campo e se i difensori si muovono all’unisono è facile cadere nella trappola del fuorigioco. Poi, se sbagli, hai pure Franco Baresi che alza la mano e subito dopo fa lo stesso il guardalinee. Foggia, stagione 1991-1992. Sempre rossoneri sono, ma anziché diavolacci, satanelli. E col tridente di fuoco: Rambaudi, Baiano, Signori. Al timone, il Lucifero degli allenatori: il boemo Zdeněk Zeman. Ha già allenato in Sicilia un po’ dappertutto, ma in rosanero soltanto le giovanili. Suo zio 'Cesto' Vycpálek gli ha trasmesso l’amore per lo sport: sicuramente non quello per la Juve. A Foggia lo conoscono già, ma non sanno che spesso Satana fa di tutto per far dubitare della sua stessa esistenza: adesso si palesa per quello che è. Il 4-4-2 non gli serve: è 4-3-3 alla kamikaze. La zona 'integralista', dove tutti possono arrivare al goal, corrono a perdifiato e fanno del pressing e del fuorigioco un’ossessione. Tagli offensivi e continua sovrapposizione degli avanti: un difensore affronta più volte avversari diversi senza riuscire a prendere le contromisure. Il credo vuole che si realizzi una rete in più dell’avversario, o almeno così dovrebbe essere. Capita, ma accade spesso anche il contrario. E così, quando hai la partita praticamente in ghiaccio, continui ad attaccare fino a farti sorprendere pure in contropiede. Che partite, che numeri. 4-1 il derby col Bari, 3-1 a domicilio, 3-3 contro Napoli e Fiorentina, 4-4 con l’Atalanta, 5-0 al Verona. Mancini, Padalino, Matrecano, il romeno Petrescu, il russo Šalimov ed i palermitani Tommaso Napoli e Nuccio Barone. Lanciati alla ribalta, tridente in testa. Prevale una sensazione oltre il sensazionale: quando Zeman imparerà a curare la fase difensiva saranno dolori per tutti. Macchè: Roma, Lazio, Napoli. E’ sempre lo stesso spartito, fino a tempi recenti: sempre col tridente a pungere ed a farsi beffe del primo non prenderle. Soltanto un 9° posto per quel Foggia, che il 24/05/1992 gioca allo 'Zaccheria' l’ultima di campionato, proprio contro il Milan. Risultato finale? Foggia 2 - Milan 8. E sì, il profeta di Fusignano aveva proprio ragione. Lo chiamarono FOGGIA DEI MIRACOLI. Invece era solo ZEMANLANDIA. Article by Dario Romano - Football History Administrator. #football #soccer #calcio #foggia #foggiacalcio #satanelli #dauni #zdeněkzeman #zeman #zemanlandia #seriea #serieatim

BALLALA ANCORA, JUARY. Il goal, la corsa verso la bandierina del corner e tre giri intorno. La ‘danza della bandierina’ di Juary è lo spot dell’epoca d’oro per quello che diventerà il campionato più bello del mondo. La riapertura delle frontiere del 1980 è una manna per tutti: anche i bidoni alla Luís Sílvio garantiscono il pienone. L’esotico tira, anche a costo di vedere un Blissett: ti rifai con Maradona. Poi, ci penserà un giocatore qualunque a rovinare la festa: la legge Bosman ha aperto il vaso di Pandora. Il Milan dei tulipani, l’Inter dei crucchi: italiani e tre campioni connazionali. Ed ecco l’identità e l’amalgama (una chimera per Angelo Massimino). Ma ad aprire le danze è stato proprio lui, Juary Jorge dos Santos Filho, traghettando la popolarità del calcio oltre la passione. In Irpinia il boss era Antonio Sibilia: l’aspetto è quello, l’atteggiamento pure. Capelli lunghi e ti prendeva a schiaffi, poi col peruviano Barbadillo getta la spugna: una chioma così non l’aveva mai vista. Ma ha fatto vedere al funambolo carioca un boss vero: a consegnare la medaglia d’oro con dedica ‘a Raffaele Cutolo dall’Avellino Calcio’ è proprio l’inconsapevole brasiliano. Che non era un fuoriclasse, ma la porta la vedeva. Un po’ meno in Lombardia, dove non si ambienta: non c’è il clima per stare allegri. Poi al Porto l’acuto finale: il Bayern perde la Coppa dei Campioni ’87 col ‘tacco di Allah’ Madjer e la rete di Juary in due minuti. Il trenino di Bari, le mitragliate di Batistuta, la maglia in testa di Ravanelli, fino a mani e dita di oggi, dappertutto. Niente di paragonabile con una mamma alla finestra che vede suo figlio correre in un angolino a ritagliarsi il suo spazio di gloria. Tre giri e poi la vedi: allora sì che porti le dita in bocca. E le mandi un bacio. Mamma, a kiss for you, with Love. Article by Dario Romano - Football History Administrator. #avellino #avellinocalcio #juary #seriea #serieatim

MI RITORNA IN MENTE. Sapreste riconoscere i proprietari o presidenti delle cosiddette ‘provinciali’? Anche i nomi non ci direbbero nulla e non ci sarebbe nulla di strano: non facciamo il tifo per loro. Ma per chi appartiene alla mia generazione una volta non era così. La mappa mentale del calcio era costituita da volti familiari, colori ben precisi e folclore annesso, che non guastava: era il nostro circo. E così il Pisa era soprattutto Romeo Anconetani: spargimenti di sale in campo e teste volanti di allenatori e staff che Zamparini levati proprio (beh, non proprio). L’Avellino era Antonio Sibilia: una sorta di ‘Padrino’ d’aspetto e di fatto; capelli lunghi, orecchini, tatuaggi e ti menava di brutto. A Catania Angelo Massimino e gli aneddoti che si sprecano: il più celebre sull’amalgama che mancava e “allora compriamolo”. Poi i vari Manuzzi e Lugaresi a Cesena, Luzzara a Cremona ma soprattutto lui: Costantino Rozzi. Il ‘Presidentissimo’ era l’Ascoli a tutto tondo. Basta cercare le sue foto su Google e potrete immaginarne la parabola in bianconero: i celebri calzini rossi, le esultanze in panchina, il battere i tamburi in curva. Non è un corollario: c’è tanta sostanza. Con Carletto Mazzone in panchina nel ’73-’74 arriva la Serie A: per quasi un ventennio una presenza quasi costante. A narrarne le gesta soprattutto lui: Tonino Carino da Ascoli. Ti faceva sembrare ancora più piccola la provinciale tra le più piccole, in quello che era il vero circo mediatico del pallone: 90° minuto. Al torto arbitrale di turno sembrava un bambino che si lamentava per la sparizione della merenda: la sudditanza psicologica colpiva e aveva la mano pesante. Napoli, Genoa e Samp, Juve: altri volti da associare ai club. Perfino noi ne abbiamo avuto uno: da Palermo per Paolo Valenti c’era Luigi Tripisciano. Ricordo che il suo tono rassicurante mi rendeva meno amara la pillola da mandare giù in caso di risultati avversi. E mentre noi stavamo incollati alla TV questi padri padroni della pedata davano il meglio ed il peggio di sé tra dichiarazioni ad effetto ed effetti collaterali: a Pisa Anconetani nel visitare lo spogliatoio del Milan ebbe un incontro ravvicinato con Rijkaard sotto la doccia e si rese conto che l’olandese era dotato in tutti i sensi. Capitò anche a Manuzzi: nel caricare la squadra prima del match non si rese conto che dietro aveva quel marcantònio di Sebastiano Rossi, nudo. Si gira, lo guarda nelle parti basse e dice: “che bel uzèl!” Ma dietro questi riflettori puntati addosso alla domenica c’era tanto lavoro: Rozzi era un costruttore edile e lui lo stadio l’ha realizzato per davvero. Il Del Duca nella sua città e non solo: Avellino, Lecce, Benevento. E si poteva alimentare la passione con la materia prima: i giocatori. Provinciali sì, ma basta sfogliare l’almanacco per vedere che non erano proprio squadrette: Dirceu, Casagrande, Bierhoff, Troglio, Brady, Giordano e valli ad espugnare. E mi viene un po’ di malinconia: per la mancanza dei veri personaggi del pallone e per aver perso soltanto per qualche anno il più GRANDE di tutti. IL MIO PRESIDENTISSIMO, RENZO BARBERA. Ero troppo piccolo per potermelo godere. Article by Dario Romano - Football History Administrator. #calcio #seriea #90minuto #paolovalenti #toninocarino